Recensioni

Hanno detto di lui…..

Mario Luzi   “Bene Meucci, lei non ha trascurato il bell’effetto allucinatorio e stregonico che produce il minimo elevato al massimo, il micro quando diventa macro, e comunque cosmo. Mi sembra di percepire, una malinconia magata in quel rovesciamento e poi nello sconfinamento della visione. Allora la vera meraviglia è la tecnica minuziosamente precisa e ossessivamente disponibile a questa operazione”

Elvio Natali Io definisce “Cauto e riservato.., nella media collocazione dell’immagine, nello spessore velino del colore e nella tenue tonalità di Iuce”(1).

“Dai colori stempèrati (oli magri), ma non scialbi – si legge ancora nella nota critica che accompagna la sua mostra alla ‘Sala 14’ di Plinio Sidoli a Piacenza -, nascono le visioni paesaggistiche di Meucci, con geometrizzate case, la cui essenza grafica e cromatica ci richiamano il Rosai. Il riferimento, va detto subito,è puramente indicativo in quanto il Meucci chiarista, ha una sua timbrica personale che si risolve in racconti lirici.. “(2)

  “La pittura di Marcello Meucci – scrive Tommaso Paloscia – ,osservata in quella paesistica che ha costituito da sempre il suo obiettivo e che la divagazione su alcuni ritratti ben riusciti accompagna dilatandone gli interessi, è espressione moderna maturata nell’indagine profonda della tradizione. Ottimamente impostato nel disegno sul quale ama articolare un naturalismo di personalissima interpretazione, Meucci si è rivelato, sin dalle prime esibizioni, colorista molto sensibile: e al colore affida il trasferimento delle immagini dal mondo reale alla tela, attraverso quella fantasia fervida che funge da filtro all’espressione naturalistica»3)

Scrive l’architetto Giovan Battista Bassi:’… quanta inquietudine si sprigiona, dal suo interiore operativo mondo, entro il piccolo spazio dove si accavallano le immagini: non per suddivisione temporale, ma per cadenze intercalatesi fra loro, non si può seguire, per fortuna l’evoluzione dei modi espressivi in modo tristemente catalogatorio.                           

E questo è un pregio per chi, come Meucci, ritiene di non soffermarsi mai a contemplare un ipotetico traguardo; invece, apprezzabilmente, inventare un modo nuovo, dare un taglio del tutto diverso, forse perché quello precedente, non costituisce per lui un punto di autocompiacimento’(4)

Scrive Franco Riccomini. ‘Marcello Meucci havissuto la triste esperienza dei celestini’: ne è uscito distrutto nel fisico e nel morale, ma è diventato pittore nella sofferenza. […]

Sulle ampie tele si muovono vescovi, cardinali dalle occhiaie vuote, strumenti di tortura, un mondo che il Meucci recupera dalla storia ma che può capire per averlo in parte vissuto.

Il descrivere l’inquisizione di Spagna, oltre a rappresentare una precisa scelta sociale e culturale, diventa quindi un pretesto, per liberarsi di tutta la rabbia che il pittore si portava dentro, che si esprime nella rappresentazione grottesca, ma forse per questo ancora più intensa, dei volti impassibili degli inquisitori e di quelli angosciati dei torturati, degli strumenti di tortura, dei tribunali, del rogo, della figura di Torquemada che sembra assumere le sembianze del male stesso.

Il colore è presenza fondamentale nella descrizione degli avvenimenti: spesso steso in maniera piatta e uniforme, è sempre aggressivo ad accentuare ancora di più le forme e le figure che richiamano immediatamente l’attenzione dello spettatore.

La composizione è studiata e nulla è mai lasciato al caso nel nome di un predominante simbolismo. Tutto appare stilizzato ai massimo, quasi a mettere in rilievo solo l’essenziale, quello che serve insomma per rendere immediatamente percepibili idee e sentimenti.”

“La matrice espressionista che sottende questo lavoro – scrive Beppe Berna si mostra comunque chiara nelle dense campiture fortemente contornate, nei volti che divengono pennellate roteanti intorno alle cavità oculari e nell’aria tragicamente esasperata che si respira un po’ in tutti i suoi dipinti’(6)

  “La pittura del Meucci – si legge in una nota critica di Giorgio Bubbi – è talmente ricca di simboli che forse più che da un critico, andrebbe esaminata da uno psicologo. Inoltre ci pare importante segnalare che ogni quadro rappresenta un momento storico e fondamentale sia dell’umanità che della vita interiore e sofferta dell’artista.

L’ambiente in cui il pittore è cresciuto viene estrinsecato attraverso una pittura coraggiosa ed intelligente che tratta paurosi conflitti ed eterne lotte fra le forze del male e tutti coloro che fremono e muoiono per essere liberi.

i simbolismo nei dipinti del Meucci descrive il drammatico momento di una adolescenza assetata di affetto e protezione contenente la chiave di problemi più grandi di lui (e di noi) rivissute in vicende coraggiose che li rendono veri trattati di cosmologia storica e psicologica:”(7)

“Forse Marcello Meucci vuole disintegrare la materia – scrive Dino Carlesi –forse penetrarne le trame sottili, pervenire a un suo ultimo approdo: di colore e di tessuto. Questi ‘particolari’ finiscono per porsi all’attenzione di chi li guarda come un tutto’ trasparente, carico di infinitesimali sequenze grafiche capaci di raggiungere i segreti ultimi della materia. Non si vedono lenti o microscopi, ma l’occhio è sufficiente per immaginare ciò che si cela sotto le trame delle tele: e ciò che vi si cela è la vibrazione dell’artista che si rifiuta di offrirci un oggetto abituale, ma ce lo suggerisce come contenuto impalpabile, struttura filigranata, più vicina a un sentimento lirico che a un aspetto concreto della realtà.”(9)

Adesso il colore ha vita propria, – dice Paolo Gestri – è ‘sibi sufficiens’ e addirittura impianto base del dipinto in divenire. I colori-luce si intersecano e si esaltano nel loro infinito incontrarsi: dal variare del giuoco si generano immagini che sorprendono, ora al limite del quotidiano visto e goduto, ora sulla soglia della fantasia e del sogno. Poco importa cosa esattamente siano o rappresentino: importa invece cosa profondamente suggeriscono, quale ‘porto sepolto’ di ungarettiana memoria portino alla luce, quali reami sappiano illuminare”.’(10)

Marcello Meucci non è impressionista,- continua Giuseppe Billi anche se può sembrarlo, né un astratto, anche se gli somiglia. Primo, perché le sue visioni sono ricostruite daII’interno, nel senso che il suo rapporto – evidente – con la natura va oltre la suggestione visiva; per l’astrazione la sua non è una fuga ma una immersione mirata, esemplare su spicchi di terra, lembi di cielo e spazi mentali.La natura per lui è un organismo vivente, fermentata – appunto – dalla vita; vedere è lasciarsi coinvolgere: siamo parte, come frammenti e totalità, e l’arte è un bisogno di reciprocità tra segni, atmosfere e sogni. Meucci è ciò che ha veduto, ma ha veduto per ritrovarsi dentro una veste d’amore che, poi, si deposita – dolcemente -sul volto delle cose.” (11)

“Marcello Meucci ha creato una nuova pittura – nota infine –

Franco Riccomini – sempre e comunque legata alla natura, ma dilatata nell’osservazione, meticolosa, persino di un filo Seta. E allora la visione naturalistica, nel perdere i soggetti tradizionali del paesaggio, acquista la suggestione del colore finemente graduato su quei filamenti, che si ripetono all’infinito creando un tappeto, se non un tessuto, ricco di umori e di emozioni”.( 12)

Giuseppe Billi ha scritto nel registro dei visitatori della mostra tenuta dal Meucci nell’autunno deI 1997, neI paese natale di Tobbiana: “..sempre più verso l’essenziale, sempre più nel profondo”.

Marzia Carocci:

“Come per ogni forma artistica, l’espressione introspettiva tende ad emergere e a delineare il carattere,cla sensibilità e l’acutezza dell’autore.

Nella pittura, arte evocativa e poetica di visioni e traduzioni /tracce del visibile, si ha un doppio passaggio introspettivo: la visione reale /fantasiosa/ onirica del pittore e la trasfigurazione personale rielaborata dall’inconscio artistico che rende poi  quella concretezza materiale d’immagini, colori e di movimenti che solamente le arti visive sanno dare.

La pittura di Marcello Meucci, è un “urlo” di colore, quasi fosse una liberazione  di un  pensiero che fatica a restare imprigionato nella conca limitata dell’uomo.

Un’esplosione di energia, di patos, dove non manca il segno di accusa, di rabbia, di ricordi esasperati e angoscia, questo lo si nota particolarmente nelle sue pitture riferite ai “Celestini,” dove gli occhi dei bambini hanno la stessa espressione: sguardi ritirati nelle orbite, osservatori di un mondo che castiga e che inganna, mentre le espressioni dei “guardiani” hanno l’aspetto torvo e inquisitorio di un potere vigliacco.

Meucci ha la grande forza evocativa di un pensiero che va oltre la traccia pittorica, oltre le immagini , egli infatti con decisione del tratto, sprigiona una carica emozionale non indifferente, sa trasformare  l’emozione in essenzialità rendendo la sua arte un incanto fra simbolismo e colore dove la voce della sua interiorità si posa ad ogni pennellata che è deposito di esperienze, di valori e di moniti.

Direi che il bagaglio artistico di Meucci è un encomiabile diario/riflessione di un uomo che prima bambino, poi adulto ha vissuto e che  attraverso quell’espressione regina che è la pittura, rende visibile al mondo.

Marcello Meucci è un osservatore meticoloso dell’ambiente e dei personaggi, i suoi tratti hanno la capacità di catturare l’osservatore e di lasciargli una libera dimensione di pensiero in quel simbolismo assorbito nella tela come farebbe  il poeta ermetico tra le sue righe.

Un artista che “parla” di sé attraverso il segno; egli scioglie, amalgama, smaterializza, costruisce e fa respirare quel suo pensiero che è continuo movimento, dove la vita stessa , le esperienze, i dolori e i sogni diventano giostra di colore e pennellate di uomini e donne, paesaggi, nascite e distruzioni, fra passato e presente in una continua ricerca di aspirazioni e contemplazioni dove il tratto ha subìto più volte una trasformazione così come la vita stessa, attraverso le esperienze,  trasforma l’indole umana”.